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ERWIN OLAF

Simile inizialmente a quello di Witkin, ma successivamente meno aulico e scenografico quanto più vario ed ironico, è l'immaginario grottesco e tetro di Olaf.
Nato in Olanda nel 1959 è ritenuto uno degli artisti contemporanei più innovativi dell'ambiente fotografico, ha esposto nelle più importanti gallerie e mostre internazionali, ha vinto diversi concorsi tra i quali il premio come miglior fotografo europeo in Germania, il Leone d'oro a Cannes per la campagna pubblicitaria Diesel e Heineken, e nel 2001 una delle sue immagini è stata scelta per realizzare il manifesto della Biennale di Valencia. Dopo alcuni anni passati alla scuola di giornalismo, si rende conto che scrivere non lo soddisfa abbastanza e, incentivato dal suo professore, inizia a dedicarsi alla fotografia. È subito amore, con quel mezzo può finalmente esprimere le proprie idee con tutta la loro forza. Successivamente entra in contatto con il fotografo e coreografo Hansel Van Manen, alievo di Robert Mapelthorpe, dal quale apprende tutti i trucchi del mestiere.

Fino agli anni '80 lavora esclusivamente con il bianco e nero, successivamente passa al colore e alla rielaborazione digitale delle immagini. I suoi lavori si dividono in diverse serie di fotografie all'interno delle quali presenta le sue polemiche, spazziando su vari fronti, tutti legati dalla componente ironica che regala alle sue composizioni; per la loro realizzazione si ispira al mondo dell'arte, della sottocultura, della pubblicità, della moda, della pornografia, del sesso, ecc. dei quali ridicolizza le componenti, contestando, come Witkin (al quale è molto affine anche iconograficamente nella serie 'Chessmen') quella stupidità legata alla vanità sociale che gioca a scapito dell'aspetto emozionale e culturale, ma a differenza di Witkin, Olaf contesta in modo spiritoso, mettendo il divertimento in prima linea.

In 'Royal Blood' riprende alcune delle celebrità della storia, che vestite di bianco, e truccate con occhi rossi, guardano lo spettatore con sguardo penetrante ed accusatorio, mentre presentano, in una bizzarra carrellata, le loro 'nuove' morti; la luce soffusa e bianca, unita al candore delle vesti e del corpo dona alla composizione un tocco quasi romantico, ma fa risaltare il rosso trucco del volto e il colore del sangue e il nostro occhio cade inevitabilmente su quel coltello e quello sguardo penetrante che creano in chi osserva, un grande contrasto, non solo cromatico ma anche psicologico.

In 'Paradise the club' la violenza si fa spettacolo, uno spettacolo sessuale: la scena è costituita da uno stupro, messo in atto da diabolici clown, ed è appunto la rivincita dei clown costretti da anni a far divertire il mondo, con le loro goffaggini; in queste fotografie i biabolici pagliacci si vendicano di tutti gli abusi subiti, con rabbia ed orrore; la storia per altro si rifà ad un episodio realmente accaduto nei primi anni '80 in Olanda, quando diversi ragazzini dissero di aver ricevuto molestie da un clown.

Il suo stile concettuale che inizialmente è molto polemico e provocatorio, piano piano si fa sempre più leggero e meno 'serio'; le sue opere ridono delle cose brutte della vita, e il suo scopo è quello di comunicare con l'osservatore e non di assalirlo ponendogli delle domande riflessive; non ama la realtà della vita e quindi ne crea un'altra parallela, piena di 'simpatica' violenza.

 

Adrastea

08.02.2008