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JOEL PETER WITKIN
È stato difficile scegliere il metodo con il quale affrontare questa sezione, difficile perchè tendenzialmente, come ormai sa chi ci segue da anni, amo scrivere "di getto" senza riflettere troppo sulla forma, preferendo il linguaggio istintivo a quello logico, razionale e più comprensibile, cosa che invece un articolo del genere richiede. Altra cosa non facile è scegliere gli artisti da trattare, scovare quelli più nascosti o parlare di quelli più "osannati"? Beh dopo mesi di riflessione sono arrivata all'unica conclusione logica e banale a cui potevo arrivare, ossia parlare delle mie passioni, di tutti quegli artisti che, attraverso la loro espressione artistica, hanno saputo darmi veramente tanto; è quindi naturale per me dare il via a questa sezione parlando di un personaggio unico nel suo genere, un maestro che ha segnato un'epoca aprendo le porte ad una nuova corrente artistica di forte impatto e pregna di una lacerante critica mistica verso ogni aspetto dissacrante e superficiale di questa nostra società malata: Peter Witkin. |
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Peter Witkin nasce a Brooklyn nel 1939 e riceve fin da piccolo una pesante educazione, scossa dai grandi litigi, soprattutto a sfondo religioso, a cui assiste tra i suoi genitori: la madre è napoletana e morbosamente cattolica, mentre il padre, russo, è ebreo; queste liti svilupperanno in lui una visione apocalittica del mondo che lo porterà a scontrarsi con la superstizione e la bigotteria derivante; la presenza in casa della nonna, molto malta, a cui è legato, lo porteranno invece alle riflessioni legate alla morte e alla malattia, alla degenerazione del corpo e al rapporto tra la morte e la vanità del fisico; ed è proprio qui che nascono i punti di forza della sua produzione artistica, questi temi infatti, come egli stesso affermerà in alcune delle sue interviste, diverranno il punto centrale delle sue opere. |
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Inizia a fotografare all'età di sedici anni e fin da subito risultano evidenti il suo stile fotografico, le sue tematiche e quelli che saranno i suoi soggetti prediletti, nelle sue prime fotografie ritrae infatti i freak di Coney Island degli anni '50. |
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Il suo diviene ben presto un linguaggio forte, soprattutto per l'epoca, un linguaggio che sfida i limiti del 'buon gusto', mentre i suoi temi spaziano tra la blasfemia, il sadomasochismo, l'erotismo omosessuale e le deformità fisiche, arrivando anche a toccare i limiti della pornografia. |
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Essa rappresenta quel limite, quel tabù che non è possibile superare, e che relega il soggetto nella sfera della vergogna, rappresenta inoltre il velo dell'ipocrisia sociale, che si rifiuta di vedere la realtà delle cose, che emargina e giudica irrimediabilmente il diverso, confinandolo all'esterno del vivere comune e della morale, quell'ipocrisia di chi 'sa ma non vuol vedere'. Questo uso costante della simbologia lo avvicina ad artisti come Bosh, al quale si ispira anche per la realizzazione di alcune opere, dalle teste, alle deformazioni, alla simbologia critica nei confronti della falsa spiritualità, riprendendo e reinterpretando i famosi 'grilli' del medioevo, per giungere alla realizzazione di veri e propri trittici, che sia avvicinano sia per l'iconografia che per i temi trattati alle opere dell'artista olandese. |
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Nonostante venga spesso criticato per le sue scelte e accusato da chi sostiene che i suoi soggetti "sono cose che non dovrebbero mai essere fotografate", attinge per il suo immaginario da opere già ampiamente abusate in pittura, infatti Bosch non è l'unico artista a cui si ispira, nella sua vasta opera immaginaria, ripercorre iconograficamente diverse tappe della storia dell'arte, reinterpretando opere di Rembrant, Poussin, Goya, Dürer, Rubens, Tiziano, Botticelli, Picasso, Cavona, Milo, Man Ray, Arcimboldo, ecc, e analizzando diversi temi tra i quali: 'Le tre Grazie', 'Adamo ed Eva', 'Salomé', 'Apollo e Dafne', 'San Sebastiano', 'Leda e il cigno', 'il Satiro', ecc., alle quali regala un'aria ed un significato nuovi, pieni di grottesco terrore. |
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In tutta la sua produzione, passando attraverso il diverso rappresentato da nani, ermafroditi, androgini, persone deformi e cadaveri, Witkin ha sondato il mondo della spiritualità e della fisicità mostrando quello che più comodamente viene ignorato; come un Dio, l'artista crea il suo mondo, arruolando i suoi modelli negli ospedali psichiatrici, nel circo, tra la gente comune e, cosa assai macabra, negli obitori, cercando quei soggetti che più si avvicinano alle sue visioni, che ricrea e ci ripropone attaccando il nostro ipocrita perbenismo, spaventandoci e affascinandoci allo stesso tempo e facendoci riflettere sulla vera essenza delle cose. |
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Questo è quello che inquieta e stravolge lo spettatore ogni volta che si avvicina alle sue opere, ogni volta che si sente attratto e respinto da quelle visioni che vivono anche dentro di lui, che vivono nell'immaginario dell'uomo all'interno delle sue paure, dei suoi tabù, delle sue debolezze sessuali, fisiche e psicologiche che tiene nascoste dentro il profondo della sua anima, sulle quali Witkin, come un angelo maledetto, getta finalmente luce, riportandole di fronte ai nostri occhi e alla nostra coscienza. |
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E il particolare prende vita dalla morte, nelle sue 'nature morte', che vengono realizzate con parti umane attuando anche in questo senso una duplice simbologia, Witkin cerca di fermare il tempo, di fermare la decomposizione dei corpi, immortalandoli per sempre nelle sue immagini, cerca di fermare per un istante e per sempre la caducità umana; allo stesso tempo il corpo, privo dell'anima, è relegato ad 'oggetto', e qui entra in azione la sua critica evocativa contro la vanità umana: il corpo non è nient'altro che un inutile involucro, un oggetto come altri, che sradicato dallo spirito non ha più ragione ne significato. |
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Quello messo in scena da Joel Peter Witkin, attraverso tutti gli anni del suo esemplare lavoro, è una grande opera teatrale, un'opera dell'orrore che parla d'amore e di morte, del bene e del male, del 'normale' e del 'diverso'; attingendo dal mondo dell'arte, della religione e della società crea i suoi personaggi e le loro tragedie, per presentarcele successivamente all'interno di una scena impeccabile che ci attrae e allo stesso istante ci respinge, ci pone in discussione e ci avvicina al mistero più inconoscibile e terribile: il segreto della vita e della morte. |
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Adrastea |