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GIOVANNI MEDDA


L'Amico Giovanni Medda da sempre si propone di renderci partecipi della sua visione del mondo. Lo fa come tanti attraverso le proprie opere. D'altronde si sa, gli elaborati variano da artista ad artista ed ogni modo di operare custodisce una sua particolare personalità. Come nel caso di Giovanni per l'appunto. Ma è proprio in questo che egli si differenzia dagli altri, dai “tanti”. Già diversi anni fa ebbi l'occasione di vedere i suoi lavori e la creatività che li contraddistingueva di certo non sarebbe rimasta immune all'attenzione dei suoi fruitori.
Anche lui, come numerosi altri artisti, lavora tenendo in considerazione l'ambiente che lo circonda ed inconsciamente, passaggio automatico nonchè obbligatorio per chi scolpisce o dipinge, caratterizza la produzione raccontando il suo modus vivendi ed il territorio nel quale di volta in volta raccoglie frammenti di un percorso lungo quanto una vita.
Paesaggi, oggetti meccanici, disegni o pitture in fondo non sono elementi così eterogenei da portare alla formulazione di motivi semantici differenti. Si tratta più che altro di riflettere un'impressione vivida o di memoria che ponga interrogativi sull'esistenza umana e sulla sua condizione. Una condizione transitoria ma anche una disposizione nobile dell'animo: questa disposizione reclama la coscienza che nei meandri delle società contemporanee si nasconde e si affossa sempre di più. Per certi versi siamo al cospetto di quella diversità di cui accennavo sopra. E' da questo crocicchio di linee di pensiero, che poi si riflettono in quelle del significato oggigiorno reclamate, evidenziate, esplicitate o sottointese dal sistema massivo e mediologico, che si delinea la struttura tipica del passo artistico di Giovanni.
Se devo pensare ad un lavoro di Giovanni che mi colpì a suo tempo, mi viene subito alla mente “Untitled 'cause of your destruction” in cui la denuncia verso le contraddizioni e le lacerazioni del nostro sistema industriale e tecnologico mettevano sotto gli occhi di tutti un macrocosmo di distruzione. Il tutto veniva esposto in veste di pronostico, quasi come presagio dell'inevitabile count-down al quale tutta l'umanità andava incontro.
Ed anche oggi Giovanni si rivela coerente sulla sua linea. Si tratta sempre di una ricerca su elementi che volontariamente o meno, hanno una forte presa ed una forte influenza sul nostro essere. La serie dei suoi ultimi elaborati ci riserva un momento per le riflessioni più introspettive se visionata con attenzione e senso critico. E' così che egli ci stimola ad osservare una realtà ricca di sfumature. Sono sfumature importanti per interpretare il “tutto” nel quale viviamo e siamo immersi. Sembra che in ogni lavoro l'innocenza dell'essere umano si faccia bersaglio del linguaggio. I segni di pastello scandiscono la struttura di visi languidi, pensierosi e stanchi. Probabilmente la direzione di ogni sensibilità tipica del nostro tempo. Oggi Giovanni si presenta con alcuni disegni che ha realizzato nel suo appartamento Londinese, epicentro dal quale scruta la situazione contemporanea che lo circonda. La filtra e la rielabora attraverso i suoi pastelli . Si presenta con una serie che scava sul tema del ritratto e lo modifica per darne tutte le possibili varianti ed interpretazioni in termini di tipologia antropomorfa.
Quando mi capita di sentirlo al telefono o tramite un messaggio gli chiedo se porta avanti il suo percorso e se lavora sempre. Lui mi risponde: “Si, continuo a disegnare ma spero di iniziare al più presto con la pittura”. Evidentemente la dimensione dell'arte costituisce per lui una grossa fetta del suo stesso portato esistenziale. Deve al più presto ricorrere al linguaggio pittorico per riportarsi all'interno dello schema di creazione che regala ampi spazi a chi decide di frequentarlo. Il fatto di gestire una superficie bidimensionale, per lui già dapprima scultore concettuale e d'avanguardia, trasferendo le masse plastiche che un tempo plasmava con l'argilla, il ferro o il gesso, sulla superficie della carta, diventa una nuova sfida per visualizzare le sue idee ma che allo stesso tempo effettua tranquillamente con scioltezza, come se niente fosse. L'applicazione ed il disegno per lui sono una pratica naturale, che persegue al pari di bere un bicchier d'acqua.
Inoltre non si presenta mai con superficialità nemmeno quando parla del suo lavoro e mi dice: “Sai sono solo schizzi molto diretti, non posso garantire la loro profondità e professionalità anche se fatti con impegno”. Ma chi può sempre avere un reticolato di riferimento per quella che è l'ostentazione di un esperienza pittorica matura, sentita, vissuta e sofferta potrà ravvisare tutto ciò nel “percorso di linea disegnativa” di Giovanni.
“Sai sono in prevalenza dei ritratti, ho iniziato con il primo continuando la trasformazione estrema sino all'ultimo. Ti interessa il concetto?”. Ed io rispondo: “Certo, a voglia che mi interessa! La trasformazione estrema è prerogativa di numerose correnti e numerosi movimenti artistici di cui sono appassionato”. Allora il dialogo abbraccia il campo visionario della pittura: “Per praticarla occorre tempo e uno spazio adeguato. Considera che non l'ho più praticata e al momento sono oltre ed ho bisogno di aprire dei nuovi concetti”. Da qui il suo non darsi pace nel voler “abitare” questo luogo metafisico immenso che dona alle persone caratteristiche particolari: è l'Arte.
Ma non tardano a prendere volume nel suo discorso (e già da tempo non se ne assentano timbrando puntuali il loro cartellino!) le voci della critica al nostro modo di vivere contemporano. Per dipingere o comunque agire in un contesto artistico è necessario uno spazio deputato e dedicato interamente ad esso. La mancanza di spazi e sopratutto l'omologazione di numerosi contesti cittadini o metropolitani nega la possibilità di agire ed essere liberi... pensando di essere uomini.

A.C.

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