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Quando lo scorso 15 aprile un mio caro amico mi ha telefonato informandomi della “presunta” morte di Peter Steele, mi sono immediatamente precipitato su internet per capire ciò che stava succedendo. All’inizio ho pensato ad uno scherzo (come già fatto in passato dallo stesso Steele quando nel 2005 iniziò a circolare sul web la foto di una lapide con inciso il suo nome) ma ahimè, di fronte a nessuna smentita e anzi al messaggio di cordoglio espresso prima dalla casa discografica dei Type O Negative (la tedesca SPV) e dagli stessi membri del gruppo newyorkese in seguito, ho capito di trovarmi di fronte ad una crudele realtà.

Peter Steele (vero nome Peter Ratajczyk) muore così il 14 aprile 2010 a soli 48 anni per quella che sembra essere stata una insufficienza cardiaca (al momento non si hanno altri particolari).
Nato a New York il 4 gennaio 1962 e ultimo di sei figli (ben cinque le sue sorelle!) fonda la sua prima band nel 1979, i Fallout con cui registra un singolo nel 1981 e successivamente dà origine ai Carnivore con cui inizia a farsi notare sul serio registrando due album nel biennio 1986-87 per conto dell’olandese Roadrunner. Si trattava di una sorta di trash-core parecchio incazzato, con la voce di Steele a farla da padrone nel narrare di guerre nucleari, catastrofi mondiali e apocalissi post-atomiche (World Wars III & IV ne è un esempio lampante).

Nel 1990, dopo lo split dei Carnivore avvenuto l’anno prima, fonda assieme all’amico e batterista Sal Abruscato i Subzero, reclutando Kenny Hickey alla chitarra e Josh Silver alle tastiere (vecchio amico d’infanzia nonché già suo compagno nei Fallout). Il gruppo viene rinominato in seguito Type O Negative quando per puro caso Steele legge un annuncio pubblicitario nel quale un’associazione offriva una buona retribuzione per chiunque donasse sangue del tipo 0 negativo.

Nel corso della loro ventennale carriera pubblicano sei album (oltre a un falso-live, una raccolta e due dvd) tutti assai differenti tra di loro. Questo è sempre stato il vero punto di forza del gruppo, ovvero sapersi reinventare ad ogni occasione, senza mai snaturare la loro natura ma anzi sperimentando sempre nuove soluzioni usando la musica come valvola di sfogo per tutta la negatività accumulata. Come dichiarato dallo stesso Steele: “Meglio fare un disco che richiede molto tempo e sforzi, ma che contiene belle canzoni. Piuttosto che realizzare una cosa affrettata e buttare giù un po’ di roba solo per fare contenta la casa discografica”.
Il primo album “Slow, Deep and Hard” uscito nel 1990 sempre per la Roadrunner suscita fin da subito scalpore e sconcerto fra la stampa e gli ascoltatori. Il sound del gruppo si sviluppa attraverso l’impatto devastante dell’hardcore, la cupa melodrammaticità del gothic rock, la potenza distruttrice dell’heavy metal che sfociano in un clima funereo, a tratti quasi surreale, in un atmosfera doom per lunghi tratti straziante.

Immediatamente i T.O.N. vengono innalzati a nuovo gruppo da odiare a causa anche dei loro testi affatto benevoli con il prossimo. Lo stesso Steele fa di tutto per risultare antipatico e scomodo con dichiarazioni del tipo: “Odio tutte le razze in modo equo, perché è con l’umanità nel suo insieme che ce l’ho”. In realtà l’album non è altro che il grido di dolore di chi conosce i bassifondi della vita e non sa come venirne fuori. Secondo il critico musicale Piero Scaruffi "Slow, Deep and Hard" è il miglior album heavy metal di tutti i tempi.

Francamente non mi sento di condividere appieno tale affermazione però da sincero ammiratore del gruppo considero quest’album un piccolo capolavoro sia musicale ma soprattutto lirico, con testi zeppi di doppi sensi e affilate ironie, una gemma nera e delirante della musica rock dove Peter Steele si prende gioco di tutto e di tutti. L’ironia è sempre stata un elemento essenziale nei T.O.N. come Steele ha ricordato più volte: “Ridere è molto importante, sempre che lo si faccia delle proprie disgrazie e mai di quelle altrui”. L’unione del gruppo non è mai venuta meno in questi venti anni, con un solo cambio di formazione quando Sal Abruscato lasciò i nostri subito dopo l’uscita di 'Bloody Kisses' per entrare nei Life Of Agony ed essere rimpiazzato da Johnny Kelly.

Ciò dimostra un grande affiatamento fra i membri della band e soprattutto una democrazia interna fuori dal comune dove Peter Steele non è assolutamente un despota come si potrebbe pensare. Colpisce anche il fatto che non si siano mai rivolti ad un produttore per registrare i loro lavori ma anche qui Steele ha sempre avuto le idee chiare: “Suono il basso da trentacinque anni e faccio dischi da quando ne avevo sedici. Penso di avere abbastanza esperienza da potermi permettere di fare le cose a modo mio con la mia band”.


Il fiore all’occhiello della produzione dei T.O.N. è senza dubbio 'Bloody Kisses' (1993) dove la malinconia e la componente gotica prendono il sopravvento in un lavoro avvolgente e passionale dove la tristezza è sempre il sentimento dominante. Il disco venderà oltre un milione di copie in breve tempo scatenando non poco clamore per un gruppo ancora underground all’epoca. Celebri rimarranno 'Christian Woman' e 'Black No.1', veri e propri cavalli di battaglia del gruppo.

Senza dubbio un uomo tutto d’un pezzo Peter Steele, poco avvezzo ai compromessi come quando rivolge accuse pesanti ai medici che dovrebbero curare il diabete della madre: “Prometto una cosa: se la uccideranno giuro che cercherò tutti questi dottori invischiati nella faccenda, li aspetterò davanti ai loro costosi studi e li massacrerò di botte. Si, li manderò all’ospedale uno ad uno. Si ricorderanno a lungo di me. Quant’è vero che mi chiamo Peter Steele!"

Il Sistema sanitario americano è tanto criticato dal gruppo, da scrivere un intero album sulla faccenda ovvero quel 'Life is Killing Me' (2003) che sembra proprio sorto in una corsia d’ospedale. Il tour che seguì vedeva infatti i nostri esibirsi indossando camici verdi da infermieri con nel retro la scritta ‘New York City Hospital’ (chi nel giugno 2003 era al Parco Nord di Bologna ricorderà senz’altro i quattro uomini verdi).
Ma il bassista americano era anche capace di ammettere i propri errori: “In passato sulla stampa sono apparsi dei miei commenti poco piacevoli nei confronti della Roadrunner. Uno sfogo che ha creato degli attriti, poi in larga parte risolti. Oggi ci andrei più cauto, non direi più le stesse cose”.

Oppure di mostrare la sua sincerità quando nel 2003 alla scadenza del sodalizio con la Roadrunner non ebbe timore di affermare: “Il prossimo contratto che firmeremo sarà soltanto una questione di soldi. Nel gruppo abbiamo bambini e famiglie da portare avanti. Se arrivasse una major offrendoci un contratto da due milioni di dollari, saremmo degli stupidi se rispondessimo ‘No non ci interessa, viva l’arte. Quei soldi invece sistemerebbero le nostre vite, forse per sempre".

Non ha avuto paura di mostrare il suo lato più intimo: “Il mio sogno è isolarmi. Sono solo un ragazzino rinchiuso in un grande corpo. Ho paura di tutto. Sogno di nascondermi, di mettermi in un angolo, succhiarmi il pollice e non rispondere a nessuno. E non vedere più il sole”.
La sua prematura scomparsa lascia un grande vuoto all’interno del panorama heavy metal mondiale. Non importa che i Type O Negative non facciano più dischi, a quello eravamo abituati tanto che ogni loro nuova uscita appariva sempre l’ultima.

Peter Steele era un musicista straordinario, con un enorme talento, ha sempre portato rispetto e gratitudine verso i fans. La sua musica ci ha fatto disperare, ci ha fatto sorridere, commuovere, persino incazzare. Ma a noi mancherà l’uomo prima ancora dell’artista: personaggio eccezionale, tanto schivo quanto cordiale, capace di zittire chiunque con lo sguardo ma anche di far sbellicare dalle risate nel narrare le sue disavventure.
Questo era Peter Steele.
E ora che non c’è più, siamo tutti più soli.

by PITORO

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