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ANTICRISTO E CINEMA

Nell’immaginario collettivo la figura dell’anticristo ha sempre indossato i panni dell’indemoniato votato alla dissacrazione dell’ordine religioso(cristiano) precostituito in una comunità. La storia sociale risulta essere stracolma di casi in cui il possesso dell’anima di qualche sventurato da parte di presenze “demoniache” ha raggiunto gli onori della cronaca. Immaginario alimentato, il più delle volte, da chi strenuamente si diletta ad interpretare il significato che il Nuovo Testamento dà di quell’appellativo(anticristo che contrasta il Cristianesimo nel suo apparato istituzionale, non il “Demonio” o “Satana” che si manifesta tanto per creare scompiglio tra i fedeli).
Ma nella stretta concezione religiosa nonché storica del termine l’anticristo non si presenta come una figura materiale ben definita, ma assume le sembianze di un determinato movimento di pensiero che si muove e cambia con il trascorrere dei secoli a seconda dei relativi sviluppi della ricerca del cambiamento da parte dell’uomo. Allo stesso modo, il pensiero visto come tale dalla Chiesa, ricerca proprio nella religione la sua raison d’etre, contrapponendo spesso ai
valori religiosi l’esatto contrario fin ad arrivare alla chiara negazione dell’esistenza di Dio.
Il cinema (horror/demoniaco quasi in toto) ha sempre trovato ottima materia, per le sue rappresentazioni, la figura dell’anticristo così come letteralmente viene riconosciuto dalla collettività, cioè attraverso la figura classica dell’indemoniato, del posseduto (e relativo terrore), non escludendo, però, i cosiddetti fenomeni paranormali (quindi presenza “non materiale”) che si lasciano, comunque, chiaramente ricondurre alla figura di un antagonista della cristianità oppure di un male di vivere nutrito dal disfacimento dei valori universali di una realtà sociale.

Riconducibile a questa ultima figura di cui sopra è l’opera di Roman Polanski, il quale detiene sicuramente lo scettro del cineasta che più ha saputo rappresentare non tanto propriamente la figura dell’anticristo quanto tutti gli umori e le emozioni che una storia sul genere è capace di suscitare. Infatti, con “Rosemary’s baby” (1968), pellicola in cui realismo, inquietudine ed umorismo crudele si alternano con profondità e giudizio, Polanski riesce a donare alla sua “creatura” un risvolto così dannatamente psicologico tanto da farci toccare con mano l’interiorità di un personaggio e, nonostante tutto, l’umanità , come Rosemary (interpretato da una giovane Mia Farrow), la quale passa dall’orrore (e prima ancora dagli incubi e dal dolore durante la gravidanza) provato alla scoperta del figlio “luciferino” al successivo istinto materno che la porta a dondolare la culla nel finale del film.

Quasi volesse essere il proseguimento in quanto ad anticristo ora “cresciutello” è il più noto (ma non il migliore del genere) “L’esorcista” (1973) di William Friedkin, che pone l’accento, invece, sulla figura della posseduta Regan aka, ormai arcinota, Linda Blair. L’aspetto che padroneggia il film è sicuramente l’impatto visivo (buoni gli effetti speciali), anche se, volutamente o meno, fattori sociologici, purtroppo poco sviluppati, sono ben presenti. Ad esempio la sconfitta della scienza che non riesce a spiegare il comportamento “bizzarro” di Regan, il ricorso alla Chiesa e ulteriore sconfitta della madre (atea) ed una chiara sconfitta della società in quanto la possessione si manifesta come valvola di sfogo alle paure ed alle difficoltà quotidiane.

Il tema della vita che nasconde la morte e viceversa, invece, ripercorre “Il presagio” (1976) di Richard Donner, film in cui un diplomatico americano, Robert Thorn (Gregory Peck), scopre che il figlio adottivo, il celeberrimo Damien, è l’anticristo narrato dal libro dell’Apocalisse. Figlio “scambiato” e nato da una madre morta durante il parto per ovviare alla morte del proprio nato morto ed ai dolori della moglie che tanto desiderava un figlio. Horror puro, morboso, senza tanti risvolti “extra” che magari si prende troppo sul serio ma che riesce ben a rappresentare una terrificante tensione che perdura lungo tutto la pellicola. Una tensione che andrà scemando, purtroppo, nei seguiti “La maledizione di Damien” (1978), “Conflitto finale” (1981), e “The Omen IV”: qualche interessante spunto all’interno di un panorama riciclato al peggio.

La settima profezia” (1988) di Carl Schulz è forse l’unica produzione in cui al prospetto dell’avvento della nascita dell’anticristo in ogni parte del mondo si manifestano catastrofi naturali e manifestazioni paranormali coinvolgendo le sorti dell’intero pianeta: le sette profezie prima dell’avvento dell’Apocalisse. Aby (Demi Moore), crede di stare per partorire l’anticristo, ma il suo sacrificio, la sua morte e la sua raggiunta fede saranno l’obiettivo che farà nascere “vivo” il proprio figlio. Belli gli effetti speciali, non altrettanto le argomentazioni, ma un film che si lascia guardare con piacere lanciando più di un argomento di discussione.

L’Italia di certo non poteva farsi mancare la partecipazione al filone, soprattutto considerata la fervida produzione anni ’70 in tema di film horror-gore. Alberto De Martino consegna ai posteri due pellicole: “Holocaust 2000” (1978), in cui il tema del nucleare sposa quello demoniaco ma sviluppato in modo abbastanza superficiale e scontato (il figlio di un industriale il quale desidera costruire la centrale nucleare più grande al mondo è l’anticristo che si impossessa dei piani del padre ed assume la direzione dell’industria: attraverso l’energia nucleare desidera distruggere il mondo), “L’anticristo” (1974), storia in cui psicanalisi e possessione si fondono tutt’uno dando vita ad un film interessante ma poco convincente (lo scavo nel subconscio della protagonista attraverso l’ipnosi arriva fino a secoli addietro). Insomma, un universo che traspare dallo schermo di “zolfo” che ha sempre offerto materia per gli occhi e distribuito paure, riflessioni e dibattiti.

Un universo che percorre trasversalmente la storia del cinema da quell'introvabile "La settima vittima" (1943) di Mark Robson considerato precursore del filone "demonaico" fino ai più recenti "The Calling" (2000) di Richard Caeser ed al patinatissimo "Lost Souls" (2000) di J. Kaminski. Un universo che ha avuto il pregio di affrontare un tema scottante e che ha indotto alla riflessione oppure al risveglio di paure primordiali suscitate dalla visione di certe scene (si narra anche che durante la visione de "L'esorcista" siano stati in molti a dover ricorrere al bagno per depositare i loro vomiti … magari ispirati da quelli verdastri della Blair …) e che spesso ha esulato dal volere essere solamente e propriamente "horror". Probabile che Illuminismo e Positivismo (e "qualche" filosofo) abbiamo sortito un buon effetto involontario ed abbiamo trovato la loro manifestazione attiva e visiva proprio in questo filone (la negazione di Dio e la destabilizzazioni di tutti quei valori religiosi che si celano abilmente dietro i cosiddetti "valori civili"). Inoltre, un tabù da sfatare per generare una rilettura di un genere che avrebbe da proporre altre argomentazioni che non le solite critiche bigotte di chi vuole etichettargli "un modo irrisorio e gratuito" per andare "contro".

by Andrea Punzo