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JOHN CARPENTER

 

Regista, sceneggiatore e compositore, nato nella Grande Mela 54 anni fa e mente visionaria tra le più amate del pianeta Celluloide.

In bilico tra l’horror ed il parascientifico contornati da una fortissima dose di humor e di romanticismo spesso sfociati anche in film visivamente e concettualmente, come si suole dire, per tutti (es. “Starman” che si lascia apprezzare in tutta la sua ridondante “leggerezza”), Carpenter ha sempre dimostrato di essere padrone

dell’argomento filmico trattato con risultati il più delle volte davvero incredibili altre un po’ meno a causa di una insistente verve criptica che ha condannato eventuali e potenziali capolavori assoluti ad essere “solo” affascinanti ed interessanti pellicole (“Il signore del male”, film che presenta nel cast anche l’immortale Alice Cooper) per cultori di un determinato genere.

Motivo questo, che assume una certa valenza dualistica e contraddittoria, per cui ha reso la sua produzione oggetto di culto per appassionati “sanguinari” e cinefili fantahorror dipendenti.

Sempiterno sostenitore di un linguaggio metaforico ricco di sfumature sociologiche e incurante delle distribuzioni commerciali delle major, il nostro esordì nel 1974 con “Darkstar”, notoriamente conosciuto come la parodia dell’Odissea e del “Dr. Stranamore” di Kubrik.

Anche il successivo film, “Distretto 13: le brigate della morte”, si dichiara essere una sorta di rifacimento urbano di “Rio Bravo” di Howard Hawks in cui Carpenter denuncia tutto il suo amore per il genere western, e vari altri e chiari riferimenti allo spettacolare “La notte dei morti viventi” di quel “pazzo cannibale” di George Romero.

John inizia a fare sul serio ed a trasportare in immagini i suoi incubi quando narra della follia omicida di Michael Meyer, un caro bambino aspirante macellaio il quale sminuzza e trita la sua bella sorellina a soli 6 anni. Un titolo ed una maschera entrati a far parte prepotentemente dell’immaginario collettivo e custodite nella camera più oscura dell’animo umano: “Halloween”.

Pellicola che diede visibilità internazionale al regista e battezzò Jamie Lee Curtis come nuova eroina del genere psycho-horror. Un film teso che lascia col cuore in gola lo spettatore al solo udire il respiro di Michael che ogni volta annuncia una prossima esibizione del suo folle talento omicida. Gli episodi successivi non saranno assolutamente all’altezza del primo.

Fog” segue ad un anno di distanza. Sinistra, misterica e terribile pellicola che lascia incollati alla poltrona senza mostrare quasi mai una goccia di sangue(su, vampirelli in ascolto, state buoni, il vostro momento arriverà presto). Un vascello zeppo di spettri si aggira accompagnato da una fittissima nebbia sulle coste di una ricca cittadina americana che 100 anni

prima aveva lasciato naufragare la stessa nave senza prestare alcun soccorso e pretendendo il suo carico d’oro in cambio d’aiuto. Uncini alla mano gli spettri riprenderanno il loro forziere non curanti delle regole del Bon-ton manifestando apertamente a quanto l’essere umano possa arrivare pur di riempirsi il gozzo. Inquietante!!

Il capolavoro carpenteriano per antonomasia arriva nell’81, “1997: fuga da New York”. Film in cui sono ben racchiuse tutta la filosofia e le paure del regista: l’oscurità, il pericolo ignoto, l’amicizia virile e la sfiducia tutta nello stato delle cose precostituite senza consenso (noto il suo anarchismo conservatore). Kurt Russel è perfetto nella sua incarnazione quasi fumettistica di Iena Plissken, eroe futurista ma dal carattere antico il quale lotta per la libertà sua ma anche di una razza(quella umana), capace di votarsi arbitrariamente solo all’autodistruzione.

Lo stesso Russell è protagonista de “La cosa”, remake del film di Howard Hawks ed in cui si affaccia per la prima volta in Carpenter lo “splatter-gore”. Film col sottointento metafico della eterna lotta tra il bene ed il male. Ma è un male annientabile o no?

Visto che si trasforma in qualsiasi forma la “cosa” uccida, è possibile fidarsi dell’altro quando si crede di averla sconfitta? Un gioco di sguardi che racconta tutto il terrore che nasce dal sospetto e dalla paura di fidarsi di ciò che non conosciamo. Paragonabile per certi versi a questa pellicola è il successivo

Christine - la macchina infernale”, tratto da un romanzo di Stephen King, in cui una macchina nera prende il posto della “cosa” ed in preda a chissà quale potere malefico falcidia chi gli capita a tiro. Sorprendente l’amicizia di Aernie (il ragazzino protagonista del film) per la macchina (che contraccambia) fino all’inaspettato duello finale tra Aernie e la stessa macchina.

Dopo la parentesi surreale, scanzonata e divertente con lo spassosissimo “Grosso guaio a China Town” , stessa atmosfera seppur più candida che si ripeterà nella fantasy commedia “Le avventure di un uomo invisibile”, Carpenter torna alle sue paure del non-conoscibile proveniente da altri mondi con “Essi vivono”, superbo capitolo in cui alieni

apparentemente umanizzati tentano di accaparrarsi i servigi degli umani attraverso messaggi pubblicitari subliminali. Un manipolo di “partigiani” metterà a punto degli occhiali speciali grazie ai quali individuerà gli alieni e ne farà un accumulo di rottami (vampiri state buoni, non è giunto ancora il vostro turno!!).

Molti hanno visto in questo film una chiara condanna allo yuppismo reganiano e, guarda caso, il film ottiene un disastro ai botteghini e molti ritengono che Reagan vi abbia lanciato un boicottaggio contro perché riconosciutosi nella figura del presidente degli States del film. Coda di paglia??

Il seme della follia” riprende le atmosfere cupe dei film horror precedenti ma li convoglia in due mondi paralleli fino allo stravolgimento stesso della finzione e della realtà che si modellano in un unico mondo in cui tutto quella che sembrava finzione diventa realtà e cioè che sembrava realtà si trasforma in finzione. Il tutto correlato da movenze e parvenze estetiche dei personaggi tipiche del genere para-surreale. Da vedere.

Dopo il superfluo remake de “Il villaggio dei dannati” di Wolf Rilla di cui Carpernter ne fa un semplice esercizio di stile e nulla più, e dopo “Fuga da L.A.”, sequel altrettanto inutile di “1997: Fuga da New York”, interessante solo per il solito fervore visionario del regista, giunge finalmente il momento dedicato ai vampiri (contenti, neh?? Ma n’è valsa la pena aspettare considerata le fine che vi attende?? Gne, gne, gne…).

"Vampires” inoltra gli incubi del cineasta newyorkese ad un territorio in cui direttamente non aveva mai messo piede ed ambientando un horror dalle suggestioni western abbastanza piacevoli quanto inaspettate. Infatti i vampiri si annidano all’interno della cristianità stessa (un ex prete del 1300) che,

per parte del Vaticano, assolda un cacciatore di vampiri con l’intento di annientarli interpretato dall’ottimo e redivivo James Woods.

Il recentissimo “Ghost from Mars”, è una sorta di prospettiva del “Distretto 13” rivisto e riletto in chiave fantascientifica in cui i flafhback si accavallano e si vestono di nuove sensazioni spazio temporali. La pellicola si lascia godere senza troppi intoppi narrativi o visivi, questi ultimi sempre all’altezza del genio visionario del regista, un uomo che ha

sempre vissuto il suo atavico pessimismo senza mai prendersi troppo sul serio manifestando le proprie inquietudini attraverso sprazzi di pura e geniale maestria cinefila. Poetico e sognatore tanto quanto lugubre e spietato, storyteller dei nostri tempi marci e specchio dei nostri pensieri più oscuri ed irreali. Lunga vita a John Carpenter!!

Andrea Punzo

per saperne di più su John Carpenter: http://www.theofficialjohncarpenter.com