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IL CACCIATORE
di Michael Cimino
Produzione Usa - colore – 1978 – 183 min


Cast: Robert De Niro, Christopher Walken, Meryl Streep, John Savage, John Cazale

Un film che rientra nel filone che narra della guerra in Vietnam ma che non vuole essere, non è, un film sulla stessa guerra. E’ un lotto di singole monografie sulla disperazione, rappresentato da un gruppo di amici (amicizia di quella virile che si respira nei grandi western) uniti dal lavoro e dalla caccia ai cervi, uniti perfino in guerra, ma divisi dai segni che si portano dietro da quella esperienza. Inevitabilmente ancora uniti dopo la morte di Nick (Walken). Un ritorno, un ritrovarsi che non sarà mai più lo stesso.
Un film che devasta, sminuzza, affetta l’opinione pubblica in materia di Vietman, e la rende ancora più debole. Si, perché l’esperienza dovrebbe servire, rafforzare, rendere unita quella patria che si va a servire mettendo a rischio la propria vita, rendere salda l’amicizia e quello che ne consegue. Ma il finale (in cui il gruppo intona “God Bless America”), che apparentemente non sembra, è tutt’altro che consolatorio. Non si muore in guerra ne “Il Cacciatore”, motivo per cui si potrebbe anche andare orgogliosi o quanto meno farsene una ragione, ma si muore a causa dello squilibrio interiore che la guerra nutre, insegue, fin dopo la sua conclusione (personale conclusione con il congedo in questo caso). E non basta l’amico di sempre, la sua sfida, la sua vita puntata sulla stessa ruota della morte messa a repentaglio per salvare la tua, lo specchio di tutto quello che c’era prima che arrivasse la chiamata alla armi. No, non basta.
Cimino focalizza il suo lavoro su ogni singola personalità dei personaggi, e da un film corale ne ricava uno, più importante, che dirige con disarmante minuzia psicologica: Michael (De Niro), il decorato, l’unico che ritorna a Clairton, armato di lealtà anche durante le battute di caccia (“un colpo solo … un colpo solo”), ma il suo coraggio, il suo atto estremo non servono a nulla per salvare Nick; Steven (Savage), nonostante la debolezza di spirito, sopravvive (grazie sempre all’apporto affettivo di Michael) in ospedale dopo avere perso le gambe e dopo avere saputo che la moglie ha avuto un figlio con un altro, e ritorna in comunità; Nick (Walken), traumatizzato dalla guerra rimane in Vietnam dove diventa un quotato giocatore della roulette russa, trasformato in altra persona tanto da non riconoscere più neanche Michael; Linda (Streep), fidanzata di Nick, riacquista speranza con il ritorno di Michael e gli offre un improbabile rapporto, mentre in quel drammatico e mesto finale fa da collante al dolore comune.
Si sgretola lo stato, si corrodono gli affetti, si illude la società (quella della working class che si spezza la schiena nelle acciaierie) con valori vacui, e si distrugge l’amore universale che va oltre i sessi. E Cimino mette assieme più spezzoni (la vita in paese, la caccia, la guerra, il ritorno) con la disinvoltura tecnica tipica dei cineasti che narrano per il piacere e la libertà di farlo e non per compiacenza.
183 minuti che ti rendono una persona migliore.

by Andrea Punzo (12/01/04)