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Il mondo attraverso un viaggio metafisico, le persone (familiari) lontane
e separate dalla distanza dei continenti, la fuga (da se stessi?), la
meta (ritrovarsi), le immagini (futuristiche), i sogni (sintetici ma non
antitesi dellonirismo classico), integrazione (sconcertante) fra
culture agli antipodi, entrambe ed in modi differenti, assuefatte alla
tecnologia (tranne leccezione) nei momenti che precedono la caduta
di un satellite per le comunicazioni satellitari nella pellicola più
controversa del cineasta tedesco.
Un film, un road movie, ridondante di elementi che interagiscono tre essi
per accumulo di materiale e non con la fluidità voluta da molti
critici che hanno etichettato il film come confusionario.
Una interazione, invece, affascinante proprio per il modo in cui è
stato sceneggiato/montato: Wenders rende giustizia allincontenibile
incompiutezza dellanimo umano, al senso di smarrimento della coscienza
delluomo alle porte del nuovo millennio (la storia è ambientata
nel 1999) ed alla difficoltà della comunicazione attraverso la
parola ormai soppiantata dalle immagini e dalla tecnologia, con mini-storie
a se stanti ambientate in altrettanti luoghi distanti luno dagli
altri, ma legate da un personaggio alla ricerca di un unico ricordo da
registrare (straziante in tal senso il ricordo come entità presente,
e non da ricercare nel tempo andato) e che potrebbe ridare la vista
cerebrale a chi il presente non ha potuto vederlo.
Un mondo nuovo che condurrà alla morte la Moreau (per lapparente
gioia o per non avere saputo reggere limpatto col mondo odierno?),
madre cieca di Trevor (Hurt), il quale si trascina per i continenti alla
ricerca di immagini da registrare grazie ad un congegno digitale ideato
e da consegnare al padre, Dr. McPhee (Von Sydow), che ha costruito un
laboratorio ipertecnologico nel deserto australiano nel bel mezzo di una
comunità di aborigeni e che trasmetterà al cervello della
moglie per ridarle la vista.
Il viaggio di Trevor è contornato da diverse altre figure: dalla
compagna di viaggio Claire (Dommartin, moglie di Wenders), e di lui innamorata,
dal detective super accessoriato che li insegue dappertutto al soldo del
convivente (Neil) di Claire, da un agente segreto della Cia che tenta
di impossessarsi del congegno cattura-immagini, e da una carovana
stravagante di altri soggetti.
Sullo sfondo, le metropoli e le grandi città attraversate dai personaggi:
Venezia, Mosca, Lisbona, Tokyo, Berlino, fungono da tappe fugaci, sfuggevoli,
senza mai dichiararne leffettivo fascino ma che rendono ancora meglio
lidea dello smarrimento delluomo moderno afflitto dalla sua
stessa idea della (fanta)scienza.
Certo i punti negativi non mancano: affiora a volte la sensazione di troppi
finali, di qualche spunto solo accennato e mai sviluppato, ma linnumerevole
quantità di cose che Wenders affronta (senza compiacimento alcuno),
le immagini ad altissima risoluzione, i differenti generi trattati, una
colonna sonora tra le migliori ascoltate negli ultimi lustri (U2, Talking
Head, Nina Simone
), li affonda in pochi attimi ed affiorano solo
a mente fredda come in questo preciso momento.
Ununica chiave di lettura del film, dopo tutto quasi due ore e mezza
di proiezione, potrebbe essere la frase dellaborigeno che nel finale
commenta lo smarrimento di Trevor nelle lande desertiche ed al quale aveva
consigliato di dormirci per espiare il dolore grazie allaiuto degli
spiriti dei suoi antenati:
ma è difficile trovare
un uomo perduto nel labirinto della sua anima.
Ecco luomo, anche se spinto da lodevoli propositi, che non riesce
ad afferrare il senso della sua esistenza dinanzi al dolore e dinanzi
ad un mondo capace, almeno inizialmente, di dare speranza attraverso la
scienza digitale. Wenders anticipa i tempi e lo fa in modo
oggi comprensibile con la confusione che alcuni hanno visto
in questa sua opera al tempo.
La sua confusione, visionaria ma frammentata, fredda ma ispirata,
è la confusione del nostro tempo attuale.
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