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Spike Lee è tornato. Ed è tornato malinconico ed amaro
come non me lo sarei mai aspettato. E arrabbiato, come sempre. Ma una
rabbia che si sottrae alla telecamera e si nasconde dietro ogni inquadratura,
primo piano o oggetto che sia.
Spike mette in scena il dolore, la consapevolezza del proprio agire e
soprattutto il rimpianto (una parola mai detta, un sentimento inespresso,
giudicare male le persone che ci circondano e che ci amano
).
Un giorno intero, 24 ore prima che Monty (Nortorn in grande spolvero)
finisca in carcere.
Monty, un pusher dellUpper east side delle Grande Mela beccato dalla
narcotici causa soffiata di un ceffo ucraino che si trascina continuamente
dietro e che appartiene al suo stesso giro.
Una pellicola a tratti commovente che si dipana lenta, avvolta in pause
brevi dove trovano spazio immagini della New York ferita, sanguinante
(memorabile fin dai titoli iniziali che si incrociano di continuo con
i fari ora al posto delle Torri Gemelle
da colpo al cuore anche
limmagine di una NY notturna alla fine dei titoli, quasi un fermo-immagine
che ridona quella poesia urbana tipica della metropoli sottratta da quella
tragedia), in cui tutti i protagonisti alla fine cadono dando sfogo alle
loro deviazioni, ai loro sensi di colpa. Fino alla struggente conclusione,
fino alla 25° ora, quella in cui Monty vede una nuova strada, la via
che porta verso la redenzione, una nuova vita che il padre adottivo (pompiere
in pensione e proprietario di un bar, intransigente dinanzi alla morte
dei suoi colleghi ma pronto a deviare il patriottismo verso linteresse
personale) gli prospetta mentre lo accompagna al carcere. Una vita tutta
nuova, stato, lavoro ed amicizie ma non lamore (Naturelle lo raggiunge,
unico contatto con il recente passato, come se oltre al peccato
Spike volesse guarire anche il rimpianto dopo averla diffamata e ritenuta
complice della polizia).
Il cineasta newyorkese riesce a dare spessore alla pellicola e ad integrare
la sua arte del raccontare, oltre a quanto rappresentato, grazie a disinvolti
movimenti di macchina che scivolano via lenti ed allucinati sui carrelli
trasportando un volto o un corpo nel momento del passaggio dal peccato
al dolore, allincoscienza o conoscenza apparente che si manifestano
nei momenti chiave del film.
Una sorta di isolamento post-reato, un momento in cui il personaggio prende/non
prende atto del proprio sbandamento.
Un film senza sbavature, perfetto ma con unanima.
Un film sulla ricerca del tempo perduto, che inizia con Monty che salva
un cane dalla strada e finisce con Monty che attraverso la strada cerca
una via salvifica.
In mezzo langosciante, metaforico viaggio che parte
dal già divenuto leggendario monologo allo specchio di Monty sulle
contraddizioni politico-razziale degli Usa e termina con gli stessi personaggi
dileggiati nel monologo mentre gli sorridono e lo salutano (neri, pakistani
etc
ed i politici? Ah, Spike!!!!).
Un film da mostrare ad un eventuale alieno per fargli intendere cosi sia
il Cinema su questa terra. Capirà?
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