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LA 25esima ora

di Spike Lee. Produzione Usa. Durata: 134 min.

Cast: Edward Norton, Philip Seymour Hoffman, Barry Pepper, Rosario Dawson.

Spike Lee è tornato. Ed è tornato malinconico ed amaro come non me lo sarei mai aspettato. E arrabbiato, come sempre. Ma una rabbia che si sottrae alla telecamera e si nasconde dietro ogni inquadratura, primo piano o oggetto che sia.
Spike mette in scena il dolore, la consapevolezza del proprio agire e soprattutto il rimpianto (una parola mai detta, un sentimento inespresso, giudicare male le persone che ci circondano e che ci amano …).
Un giorno intero, 24 ore prima che Monty (Nortorn in grande spolvero) finisca in carcere.
Monty, un pusher dell’Upper east side delle Grande Mela beccato dalla narcotici causa soffiata di un ceffo ucraino che si trascina continuamente dietro e che appartiene al suo stesso giro.
Una pellicola a tratti commovente che si dipana lenta, avvolta in pause brevi dove trovano spazio immagini della New York ferita, sanguinante (memorabile fin dai titoli iniziali che si incrociano di continuo con i fari ora al posto delle Torri Gemelle … da colpo al cuore anche l’immagine di una NY notturna alla fine dei titoli, quasi un fermo-immagine che ridona quella poesia urbana tipica della metropoli sottratta da quella tragedia), in cui tutti i protagonisti alla fine cadono dando sfogo alle loro deviazioni, ai loro sensi di colpa. Fino alla struggente conclusione, fino alla 25° ora, quella in cui Monty vede una nuova strada, la via che porta verso la redenzione, una nuova vita che il padre adottivo (pompiere in pensione e proprietario di un bar, intransigente dinanzi alla morte dei suoi colleghi ma pronto a deviare il patriottismo verso l’interesse personale) gli prospetta mentre lo accompagna al carcere. Una vita tutta nuova, stato, lavoro ed amicizie ma non l’amore (Naturelle lo raggiunge, unico contatto con il recente passato, come se oltre al “peccato” Spike volesse guarire anche il rimpianto dopo averla diffamata e ritenuta complice della polizia).
Il cineasta newyorkese riesce a dare spessore alla pellicola e ad integrare la sua arte del raccontare, oltre a quanto rappresentato, grazie a disinvolti movimenti di macchina che scivolano via lenti ed allucinati sui carrelli trasportando un volto o un corpo nel momento del passaggio dal peccato al dolore, all’incoscienza o conoscenza apparente che si manifestano nei momenti chiave del film.
Una sorta di isolamento post-reato, un momento in cui il personaggio prende/non prende atto del proprio sbandamento.
Un film senza sbavature, perfetto ma con un’anima.
Un film sulla ricerca del tempo perduto, che inizia con Monty che salva un cane dalla strada e finisce con Monty che attraverso la strada cerca una via salvifica.
In mezzo l’angosciante, metaforico “viaggio” che parte dal già divenuto leggendario monologo allo specchio di Monty sulle contraddizioni politico-razziale degli Usa e termina con gli stessi personaggi dileggiati nel monologo mentre gli sorridono e lo salutano (neri, pakistani etc … ed i politici? Ah, Spike!!!!).
Un film da mostrare ad un eventuale alieno per fargli intendere cosi sia il Cinema su questa terra. Capirà?

by Andrea Punzo (13/07/03)