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Un atto damore per New York. Una poesia scritta con
immagini, filmata in bianco e nero e raccontata col tono dolce-amaro-nevrotico-disilluso-malinconico
che renderà immortale lopera tutta di Allen.
Un tono che prosegue sulla strada già intrapresa dal precedente
Io e Annie e che per certi versi dà un taglio alla
verve comica e pantomimica pura (pur con trovate ed inserti
di rara intelligenza) dei precedenti film.
Una twilight comedy perfetta, dettata da un cast stellare e confezionata
splendidamente dalla lucidissima fotografia di Gordon Willis (fido alleniano)
il quale ha scolpito nella memoria dei cinefili sparsi per il globo una
delle più belle fotografie di sempre, usata anche come copertina/locandina
del film (ammiratela!).
Manhattan è la storia di Isaac (Allen) e delle sue
avventure nevrotico-sentimentali (insicure in tutta la loro devastante
delicatezza). E innamorato di Tracy, 17enne matura, e che incoraggia
per un viaggio/studio a Londra. Già piantato dalla moglie (Streep,
presa sentimentalmente con un'altra donna), Isaac incontra Mary (Keaton),
il cui rapporto, dopo avere raggiunto lapice della complicità,
comincia a diventare impraticabile col presentarsi delle inclinazioni
e delle nevrosi personali dei due. Isaac, in una scena divenuta già
leggenda quando corre sulle note della "Rapsodia in blu" di
Gershwin, torna a casa di Tracy mentre questa sta per partire per Londra
invitandola a non partire, ma sarà troppo tardi.
La paura del tempo che scorre e lintrecciarsi dei desideri che illuminano
e spengono, contemporaneamente, la confusione sentimentale di un intellettuale
in lotta contro le proprie insicurezze, e che umanizza come non mai la
figura del pensatore di solito in combutta solo col la propria
spocchia.
Il timore della solitudine, la scelta sbagliata sempre dietro langolo
ed un filo di luce che si intravede nel finale quando Tracy, in partenza,
chiede ad Isaac di aspettarla.
Il tutto deliziato dalle battute e dallauto-ironia di un Woody in
stato di grazia.
Poesia.
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