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VULTUR "ET JAGHET COUGHE SIOSSA SUA" - 2005
 

Sarà triste dirlo ma secondo me, per quanto riguarda le bands delle nostre parti sarde, non è sempre riscontrabile un approccio così genuino alla musica, ed allo stesso tempo serio, ma, di tanto in tanto, è possibile trovare qualche superstite che fortuitamente propone una nuova uscita; chiaramente noi assidui ascoltatori non possiamo non esserne contenti! Un esempio su questa miglioria c'era già stato dato quando, alle origini della band portoscusese, venne divulgato da loro stessi il primo demo "Sulphureous Abyss", il quale già conteneva quel tipico materiale adatto ai pasti dei blacksters più tradizionalisti, con quel sound occulto sempre ben accetto dai miei padiglioni uditivi. Ora mi viene proposto questo corposo lavoro contenente diverse canzoni, tra cui anche le versioni di uno stesso brano in rehearshal ed alcune covers, il tutto pronto a rettificare il nostro entusiasmo iniziale!
Già dalle prime battute si entra a contatto con una registrazione degna delle più particolari realtà black/thrash di ora  come di qualche anno fa (si vedano soprattutto gli esempi della scena australiana o sudamericana!). Non poteva mancare una lugubre introduzione che raggelasse la nostra temperatura, mentre si entra nel vivo della composizione con "Into The Old Burial Ground", già spettrale quanto basta ed aggressiva nelle sue partiture lanciate! Urla disperate si alternano ad una musica molto grezza, pienamente radicata nella tradizione thrash old style.
Con "Videmortos" si passa ad un suono ancora più spaventosamente scarno (tanto da meravigliarmi di un poco, per la sua leggera differenza con l'equalizzazione di inizio cd), nel complesso sempre infarcito e caratterizzato dalle sue chitarre e dai suoi vocalizzi incalzanti. Bisogna da subito notare che nonostante il macinare "trito e ritrito" della pragmatica tipica di queste sonorità (per me davvero piacevole!), nei Vultur si divide le parti anche con altre tipiche strutture arpeggiate dense di decadenza che arricchiscono di molto il pezzo.
Dopo il secondo interludio di stasi (lo "Shaman's sleep"), si presenta quello che a mio avviso costituisce l'episodio più coinvolgente e più ispirato della band, nonchè forse il meglio riuscito; "The Wall In The Gates Of Beyond" semplicemente ripropone in modo molto preciso ciò che voglio sempre ascoltare per i miei momenti distruttivi ... un guitar riffing continuo e penetrante, che mi riporta ai clamorosi esempi di bands quali Destroyer 666 e Gospel Of The Horns, ma che, nonostante la sua scarna essenza, non manca di essere potente e similare ad un colpo ben assestato sui nostri crani!
Dopo questo episodio c'è da riflettere molto sulle possibilità compositive della band, che ci riserverà ancora molte sorprese, sia in ambito discografico, sia in futuro! Andando avanti si entra in un'atmosfera ancora più articolata, elaborata di buonissimi fraseggi chitarristici e grandi innesti tra gli strumenti ... è il caso di "A Day With Florence Cook". Dopo questi esempi (e bisogna notare che non si esauriscono qui!) devo proprio dire che i Vultur hanno tanto da dire ancora, attraverso queste che sono le prove della loro poetica, concentrata in un giusto compromesso tra cambiamento e tradizione, tra classicità e sperimentalismo.
Sono contento che dalla Sardegna finalmente ci sia una forza catalizzatrice verso nuove abbondanti linfe vitali. Non potrete non fiutare una certa abilità dopo che avrete assimilato del tutto pezzi come "A Day With Florence Cook", ma anche come "Before the Serpent" (rehearshal!). Le covers poi, molto accuratamente e ben scelte, sono l'effige della cultura particolarmente underground ed oltranzista della band, che naviga su territori profondamente passionali e rigorosi allo stesso tempo: Mortuary Drape ed Hellhammer per non sbagliare!


A.C.

 

CONTATTI: http://www.myspace.com/vultur