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In questi anni il Metallo Nero sta attraversando una fase di profondo declino. Inutile prendersi in giro: dalla Norvegia arrivano solo prodotti mediocri, i gruppi che hanno fatto la storia hanno esaurito definitivamente la vena creativa e ci propongono dischi penosi; chi continua stupidamente a difenderli a spada tratta dovrebbe, con un po’ di coraggio, prendere atto della situazione e voltare pagina.
Uno tra i gruppi che meglio ha saputo capire e cavalcare l’onda di questo momento sono proprio i nostrani Aborym. Quando, intorno alla fine degli anni ’90, si intuì che la “Black Metal Era” stava finendo, il combo romano irruppe sulle scene con il meraviglioso “Kali Yunga Bizarre”, album controcorrente le cui sperimentazioni (caratteristiche le drum machines e l’uso di sintetizzatori) hanno attirato critiche irriverenti da parte dei blackster più intransigenti, ma al contempo suscitato grande interesse e ammirazione di chi ha saputo accettare il cambiamento.
In tutti questi anni i nostri si sono sempre avvalsi di personalità straordinarie come il grande Attila Csihar ai microfoni nei primi tre dischi (“Kali Yunga Bizarre”, “Fire Walk With Us” e “With no Human Intervention”). Oggi li ritroviamo con una line-up rinnovata; Sethlans e Attila hanno lasciato la band a causa degli impegni con le rispettive band (Dissection e Mayhem). Ad occuparsi delle parti vocali stavolta è Prime Evil, chitarrista dei malatissimi Mysticum (qui in veste di cantante), che non fa rimpiangere affatto il suo predecessore, complice anche l’ottima produzione di Christian Ice dei Temple Of Noise.
Ma la vera novità è rappresentata dall’ingresso nel gruppo di Bard Faust (ex batterista degli Emperor nel periodo d’oro, per lunghi anni via dalle scene a causa del suo arresto per omicidio) la cui prestazione lascia davvero senza parole per la immensa classe dimostrata in ogni singolo passaggio.
Ciò premesso, è evidente fin dal primo ascolto che ci troviamo di fronte al miglior album della band; pur non abbandonando la strada coraggiosa delle sperimentazioni, come gli immancabili inserti techno e gli spettacolari arrangiamenti di tastiera, questa volta abbiamo a che fare con una musica più diretta e “semplice”, in cui le chitarre assumono un ruolo di primo piano, che per certi versi può lontanamente ricordare i migliori Dimmu Borgir, anche se canzoni come “Disgust and Rage”, “Generator” e la meravigliosa “I Reject” farebbero impallidire anche gli appena citati norvegesi.
Potrei scrivere un libro su questo grande disco – nella mia classifica personale “top 10” di sempre - e la genialità perversa della band capitanata da Malfetoir Fabban, ma in questa sede preferisco consigliare a CHIUNQUE, amante o non del Black Metal, di ascoltare “Generator” una perla di rara bellezza nel mare di merda del Metallo Nero degli ultimi anni.
ABORYM RULES!
Jacopo Teodori
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