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AHRIMAN "OBLIVION" - 2006
 

E' un breve intro strumentale, "Oblivion", quello che ci introduce nel mondo degli Ahriman, band pugliese in giro ormai da molti anni, salita agli onori della cronaca anche per una partecipazione all' Agglutination Festival del 1999.
Ma parliamo del demo in questione, la prima vera e propria canzone è "Soul's Fragments", che parte con un attacco quasi thrashy e che impiega molto poco a farci sentire l'elevato tasso tecnico di tutta la band: ritmiche serrate che mutano spesso e volentieri, per una canzone che parte da basi classicamente metal, ma che grazie ad azzeccate ed impreviste variazioni riesce a farsi ascoltare molto volentieri: decisamente un ottimo biglietto da visita.
La seconda traccia "Blindness" parte invece in maniera più soffusa, sconfinando decisamente nel jazz, ma tanta pacatezza iniziale muta piuttosto alla svelta, e, a dirla tutta, muta in continuazione per tutta la durata del pezzo: il grande lavoro vocale, col sapiente uso di controcori ci conduce ad un nuovo stacco jazzato, nella parte centrale della canzone, per poi tornare nuovamente al chorus ... tante belle idee che però sembrano un po' troppo slegate tra di loro.
"Day of the South" è introdotta da un'ottima base ritmica su cui si stagliano le chitarre, per il resto la canzone prosegue con un andazzo estremamente intricato, talvolta pure troppo insistito nello sfoggio delle già citate e innegabili capacità tecniche, con l'effetto di far perdere il senso generale della canzone.
L'ultima canzone, "The Elect", parte con sola voce e chitarra acustica, che con alcuni arpeggi dal sapore folk ci porta a sentire quella che è, al pari di "Soul's Fragments", la migliore canzone del lotto: molto evocativa, purtroppo difetta un po' nell'arrivare al chorus, di per se migliorabile.
In definitiva un demo ottimamente prodotto, dal suono pulito, con un cantato che, personalmente, non ho apprezzato moltissimo, e canzoni che denotano un talento non comune (è veramente difficile dire chi tra bassista, batterista e chitarrista sia il meno preparato), ma che purtroppo perdono un po' il senso generale nel tentativo di mettere troppa carne al fuoco, quando invece cesellare meglio i passaggi da una sezione di canzone all'altra avrebbe senz'altro giovato di più alle composizioni.
Senza dubbio, però, questi musicisti, se limiteranno questi "difetti" d'entusiasmo strumentale, riusciranno a regalarci ottime cose in futuro, le basi per stupire, in Italia e non solo, ci sono tutte.

Wataya Noboru


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