Gruppo decisamente eclettico, figlio di vari padri, e capace di mescolare e sperimentare abbastanza agilmente tra vari generi (dal nu metal, al funky, alla musica ambient, a parti jazzate), ha nell’unione tra varie componenti forti la sua forza.
Spesso l’unione delle parti è inferiore alla somma delle stesse, ma in questo caso i nostri riescono a superarsi, grazie all’evidente esperienza passata, ad una maturità compositiva innegabile.
Il primo brano “Blueberry” è forse quello che spicca più degli altri, e “casualmente” è posto in apertura. Può ricordare certe cose dei Red Hot Chili Peppers, ma il suo lato melodico, e lo splendido finale jazzato sono veramente da applausi.
Gli altri brani si muovono a cavallo tra Rage Against The Machine e Korn, con un sapiente uso di doppia voce, e con la bravura tecnica dei singoli componenti sempre in primo piano.
Il lavoro si muove così sempre su standard medio-alti… quindi trattasi di un demo-capolavoro?
Purtroppo no: come in tantissimi (troppi) casi di prodotti italiani, siamo sempre troppo, troppo, troppo derivativi dai grandi classici del genere, e, in casi come quello de “Lo Scatolino Sporco” è un vero peccato, viste le innegabili qualità del gruppo e la perfezione formale del risultato.
Peccato, con certi mezzi di partenza rischiare dovrebbe essere una strada obbligata.
Wataya Noboru
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