| Passiamo ora ad uno
dei primi prodotti della Lo-Fi Creatures che mi appresto a recensire,
fra quelli che ci hanno gentilmente spedito e che comprendono
appunto il full-length vero e proprio della band parmense, i
Whiskey Ritual.
Fra l’altro avevo avuto l’occasione di conoscere
il progetto tramite la chiacchierata con il loro chitarrista,
durante un festival in Germania. Già da allora avevo
avuto la consapevolezza dell’esistenza di questa black’n’roll
band ma non ero riuscito a fargli visita nelle sue date di cui
peraltro potevo mano mano vedere la pubblicità su Internet.
Iniziamo subito col dire che, fra le tracce più acide
che ho preferito ed apprezzato c’è la terza, intitolata
“One Million”, molto probabilmente per il suo incedere
spinto e coinvolgente. Un buon ritmo che sguazza fra il rock,
e l’hard’n’heavy. Un po’ per la maggiore,
sostanzialmente, diciamo che in realtà tutte le songs
di ‘In Goat We Trust’ sono concepite e realizzate
con questo tipo di ‘pennellata’, protesa moltissimo
verso il rock. Il rock estrae la base dalla quale tante strutture
dei Whiskey Ritual si muovono, condendo le atmosfere poi con
quel tiro sinistro del black più recente (vedi a volte,
a tratti, il blackmetal depressive o comunque le formule di
black non convenzionale). Non credo che i fans del black metal
tradizionalista possano trovare troppe risposte all’interno
della proposta Whiskey Ritual, proprio perché si tratta
un pò di un intruglio. Questo potrà soddisfare
certamente le menti più eclettiche, i seguaci più
sofisticati ed attenti. Gli stacchi basati propriamente sul
metal si leggono a sprazzi in alcune altre partiture (come ad
esempio nella successiva “Drunken Night”) ma sempre
lasciando ampissimo spazio ai più tipici mid-tempos rock.
Altre rimangono un po’ più cadenzate, come “My
Wind”, che mi consentono meno di rivedere lo slancio presente
in altre loro songs molto ben riuscite.
La voce, pur se alcuni non saranno d’accordo, a mio parere
ricorda a sprazzi qualche reminescenza di Phil Anselmo dei Pantera.
Una leggera spolverata di distorsione fa si che il paragone
fatto mi balzi alla mente in maniera abbastanza rapida.
Sicuramente tutto l’assemblato va a costituire un blocco
di pezzi che può dirsi originale e fresco. Non saprei
quale potrebbe essere il pubblico al quale consigliare un cd
come “In Goat We Trust”, ma sicuramente diremo sul
suo conto che
i suoi musicisti e le menti del ‘behind the scene’
hanno partorito un lavoro molto ben curato e del quale si nota
la mole lavorativa indotta e dedicata, che i quattro ragazzi
hanno lasciato in deposito all’eredità del loro
cd. Ahn, inoltre dimenticavo che, per un modesto parere personale,
un pezzo in scaletta di notevole spicco, particolarmente ben
riuscito è da rivedere in “Legione D’Assenzio”
(vogliate sia il cantato ed il testo in italiano, l’energia,
l’aggressività, o l’impatto,, ma per me si
candida ad una delle tracce migliori).
A.C.
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